La questione, se mai si è posta, è del tutto risolta; eppure vale la pena di riportarla, se non altro per dimostrare come i “picchiati della Messa in latino” (definizione cardinalizia peraltro smentita, vedi post del 19 novembre) abbiano le loro ragioni a sostenere la validità liturgica di una lingua immodificabile e non soggetta alle vicissitudini culturali e sociali, insieme, ovviamente, allo studio rigoroso ed approfondito di quella e delle altre lingue.

A fare le spese della comprensione e della traduzione approssimativa (dall’inglese all’italiano, pare con un’aggiunta di fantasia mediterranea) è stata, questa volta la tradizione, rappresentata nell’occasione dal neo presidente della Federazione Internazionale Una Voce Leo Darroch, da pochi giorni succeduto a J. P. Oostveen.

L’intervista rilasciata da Leo Darroch a Bruno Volpe e pubblicata su Petrus (http://www.papanews.it) ha suscitato più di una perplessità, ma la puntuale precisazione di Leo Darroch non lascia alcuna possibilità di fraintendimento e rende palese la confusione creatasi vuoi per le incomprensioni linguistiche, vuoi per una certa ansia giornalistica che potrebbe aver ulteriormente condizionato la traduzione: Babele non è una metafora.

Dai collegamenti che seguono sono disponibili:

L’intervista di Leo Darroch come riportata da Petrus (anche in versione .pdf)

Le precisazioni di Leo Darroch

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