Sul New York Times di ieri (30 maggio) è apparso l’articolo riportato di seguito.

L’uso di espressioni gergali di non indiscutibile eleganza, anche nei confronti della gerarchia ecclesiastica, ha suscitato qualche perplessità; infine, la scelta di pubblicare il pezzo e di farlo con una traduzione fedele dello slang, ha lo scopo di fornire l’esatta misura dei contenuti e delle forrme utilizzate oggi anche dai più diffusi quotidiani nel trattare argomenti legati alla Chiesa Cattolica.

Per quanto riguarda i contenuti nessuna polemica ma solo qualche considerazione:

1. l’autore, che sosteneva fino a pochi mesi fa che il motu proprio fosse una specie di illusione per la sua palese assurdità, lo presenta oggi come imminente;

2. benché secondo altre fonti tale “imminenza” dati da circa un anno, il motu proprio non c’è ancora ma più ritarda più se ne parla nei settori fieramente contrari;

3. premesso che, come argomentato altrove, il riferimento a conflitti destra – sinistra, liberali – conservatori è un tentativo maldestro di piegare la lex orandi a logiche che di cristiano e di cattolico hanno ben poco, c’è da chiedersi come mai lo stesso provvedimento, l’agognato e vituperato motu proprio, possa essere assurdo e nello stesso tempo avere così scarsa rilevanza sulla vita della Chiesa;

4. se la rilevanza dell’eventuale motu proprio fosse così scarsa, se al rito tradizionale andassero effettivamente ad assistere solo quanti lo fanno già ora,  perchè osteggiarlo tanto?

Leggi “La lezione di lingua del Papa”

Annunci