La “Veterum Sapientia”, cortesemente inviata da Raimondo Gatto, risale al 22 febbraio 1962. Oltre all’indubbio valore storico e soprattutto religioso, rappresenta la migliore risposta a chi si ostina nell’improvvido esercizio di contrapposizione tra Papi, Concili e insegnamenti, come se la vera Chiesa cominciasse o ricominciasse quasi duemila anni dopo Cristo, come se nuovo, buono e giusto coincidessero sempre, come se l’insegnamento dovesse essere interpretato non per quanto afferma ma per quanto “affermerebbe”, negli sviluppi futuri, in virtù dell’adattabile e multiforme “spirito” che lo avrebbe determinato, come se il latino nella liturgia fosse oggi “anacronistico” (cfr. l’ incredibile appello di Paolo Farinella), come se soltanto un paio fossero i veri successori di Pietro e tra questi Giovanni XXIII.

Ecco allora un passo significativo del documento, da leggere ovviamente nella sua integrità: parole di Giovanni XXIII, che escludendo ogni contrapposizione definiscono chiaramente l’insostituibilità e l’ importanza del latino per la Chiesa Cattolica:

“Ed è necessario che la Chiesa usi una lingua non solo universale, ma anche immutabile. Se, infatti, le verità della Chiesa Cattolica fossero affidate ad alcune o a molte delle lingue moderne che sono sottomesse a continuo mutamento, e delle quali nessuna ha sulle altre maggior autorità e prestigio, ne deriverebbe senza dubbio che, a causa della loro varietà, non sarebbe a molti manifesto con sufficiente precisione e chiarezza il senso di tali verità, né, d’altra parte si disporrebbe di alcuna lingua comune e stabile, con cui confrontare il significato delle altre. … Infine, poiché la Chiesa Cattolica, perché fondata da Cristo Nostro Signore, eccelle di gran lunga in dignità su tutte le società umane, è sommamente conveniente che essa usi una lingua non popolare, ma ricca di maestà e di nobiltà.

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