Anche questo articolo di Dietrich von Hildebrand, tratto da “Triumph” n. I/2 dell’ottobre 1966, vuole contribuire a chiarire le ragioni di chi si sente legato al rito antico e sottolineare l’uso di una diversa “lingua concettuale”, è proprio il caso di dirlo, rispetto a quanti sono al massimo disposti a tollerarlo purché in casi semiclandestini, quasi col timore che la sua “scoperta” possa portare a chissà quali sconvolgimenti. Ebbene, secondo von Hildebrand potrebbe essere proprio così. E in ogni caso, come sostenere che possa rappresentare un danno se non con argomentazioni socio-politiche oltretutto parziali e di facilissima confutazione (vedi Farinella e i commenti alla crociata contro il rito tridentino)? Ciò che si vuole affermare qui, comunque e a scanso di equivoci, in parte con lo stesso von Hildebrand, non è la contrarietà al novus ordo ma lo sbigottimento e il dolore per il rifiuto immotivato e forse autolesionista della vecchia liturgia. Il documento pubblicato qui sotto, oggi, può apparire fin troppo critico verso la messa paolina ma rappresenta una testimonianza importante di chi ha vissuto e sofferto un cambiamento radicale da una posizione di sicura ortodossia cattolica e fornisce importanti elementi di confronto.
Dietrich von Hildebrand, è stato infatti uno dei più importanti filosofi cristiani del mondo. Papa Pio XII lo definì informalmente “il Dottore della Chiesa del ventesimo secolo” Scrisse molti libri, tra i quali “La Trasformazione in Cristo” e “Liturgia e Personalità”. Nella traduzione dall’inglese del testo che segue, piuttosto libera, è usato il termine venerazione, volendo significare un atteggiamento di rispetto profondo e particolare, in luogo di riverenza, che avrebbe garantito una maggior corrispondenza letterale ma avrebbe potuto generare equivoci per il significato anche formale assunto oggi.

 

LE ARGOMENTAZIONI per la nuova liturgia sono state ben confezionate e adesso possono essere imparate a memoria. La nuova forma della Messa è strutturata per coinvolgere il celebrante e i fedeli in un’attività comunitaria. Nel passato i fedeli assistevano alla Messa in un personale isolamento, ognuno con le proprie devozioni private, o al massimo seguendo il rito sul suo messale. Oggi i fedeli possono afferrare il carattere sociale della celebrazione; stanno cominciando ad apprezzarla come pasto comune. Prima il sacerdote borbottava in una lingua morta, che creava una barriera tra lui e la gente. Adesso ognuno parla in inglese, cosa che tende a unire reciprocamente il prete e la gente. Nel passato il prete diceva la messa con le spalle ai fedeli, cosa che creava il clima di un rito esoterico. Oggi, poiché il sacerdote è rivolto ai fedeli, la messa è un’occasione di maggiore fraternità. Nel passato il prete intonava strani canti medievali. Oggi l’intera assemblea canta arie orecchiabili e parole familiari e si sta anche sperimentando la musica folk. Il caso della nuova messa, quindi, si riduce a questo: fa sentire i fedeli quasi a casa loro nella casa di Dio. In più si afferma che queste innovazioni hanno la ratifica dell’Autorità: sono presentate come un’obbediente risposta al Concilio Vaticano II. Si dice questo nonostante il la Costituzione sulla Liturgia del Concilio non vada oltre il permessodella messa in volgare quando il vescovo locale lo ritenga desiderabile; la Costituzione insiste chiaramente sul mantenimento della messa in latino e approva enfaticamente il canto Gregoriano. Ma i “progressisti” liturgici non hanno ben chiara la differenza tra permettere e ordinare. E non esitano nemmeno all’autorizzazione di cambiamenti come la comunione in piedi, mentre la Costituzione non ne fa cenno. I progressisti arguiscono che queste libertà si possano prendere in quanto la Costituzione sarebbe, dopo tutto, soltanto il primo passo di un processo di evoluzione; e sembra che stiano ottenendo le loro soddisfazioni. E’ difficile ovunque, oggi, trovare messe in latino, e negli Stati Uniti sono praticamente inesistenti. Persino la messa conventuale nei monasteri è detta in volgare e il glorioso Gregoriano è rimpiazzato da melodie insignificanti.

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